Lezione del Mattino:
Ieri ascoltavo alla radio molte testimonianze sulla scuola.
Nel suo primo giorno.
Li vivo da lontano questi giorni, non avendo figli, ma nella mia testa continuo a sedermi al primo banco, perché gli esami non finiscono mai.
E’ un anno importante, di quelli che porteranno con se aneddoti e ricordi che nessun’altro alunno vivrà.
Soprattutto i piccoli.
Tre giornalisti ieri mattina cercavano una testimonianza telefonica di una misurazione della temperatura pre partenza verso la scuola.
La telefonata è arrivata a casa di Ginevra, 10 anni, che diligentemente ha tenuto il termometro sotto l’ascella 5 minuti in attesa dell’esito.
36.3.
“Brava Ginevra… bravissima, esame superato, ti auguriamo un bellissimo primo giorno di scuola”.
E mi sono sentita improvvisamente triste.
Per quei bambini che magari oggi avevano un po’ di raffreddore perché sono stati tanto tempo nella piscinetta di plastica in cortile, o hanno un po’ di male ad un orecchio che magari non è otite, ma il corpo per difendersi si scalda un po’, o per colpa di quelle maledette placche in gola che ti tormentano sempre a quell’ età.
Che non hanno “la malattia”, ma sono solo bambini, con i loro malanni passeggeri.
E che si sentiranno come noi quando prendevi i pidocchi.
Appestati da cui stare distanti.
E pensavo da dove parte il razzismo. Non quello della razza, quello del diverso.
E mi chiedevo se è così difficile trovare parole più giuste per dire a Ginevra, che se avesse avuto la febbre, non ha fallito un esame, ha solo incontrato “la malattia” e che passerà, con una copertina sul divano, guardando i cartoni e magari potrà continuare a seguire le lezioni da casa, non come noi che perdevamo tutto.
Oggi loro possono vivere tutto a distanza.
Perché hanno i mezzi, ma anche perché sono bambini svegli, curiosi, vivaci, intelligenti.
E questa pandemia ha il diritto di privarli di qualcosa, ma ha anche il dovere di restituire altrettanto.
Attraverso noi. Che siamo grandi.
E che gli esami non si superano col termometro.







