“Ho adottato
un rescue”.
Quante volte
ho pronunciato questa frase quando è arrivato Byron!
Senza
chiedermi il vero significato di quello che stavo dicendo, scimmiottando parole
altrui.
Rescue è una
parola immensa.
E da per scontato
un concetto: salvato.
Per cui
quando lo chiami rescue… vuol dire che l’avvenimento è accaduto.
Il fatto si
è compiuto.
Giusto ?
NO !
Questo è il
problema.
La parola
rescue dà per certo che tutto sia al suo posto. In ordine. In pace. Coscienza
appagata.
Cuore
gonfio. Un biglietto per il Paradiso.
Poi quando
smetti di gongolarti nell’entusiasmo del giusto gesto, cominci ad interrogarti
sulla parola Rescue.
E stamattina
riflettevo… guardando negli occhi tutti i rescue che hanno riempito la nostra
casa in questa prima parte dell’estate…
Sono stati
salvati, davvero, sul serio.
Perché chi
li ha accolti in famiglia sta facendo un grande lavoro.
Perché gli
dedicano anima e corpo. Soprattutto un immenso ed incondizionato amore.
Perché non
hanno seguito una moda del momento, ma hanno capito esattamente cosa significa
salvare un cane. Dal canile, da morte certa, da una situazione disagiata, da un
futuro incerto.
Perché si
interrogano, perché non smettono mai di farsi domande e cercare risposte,
perché vogliono che occhi tristi e smarriti diventino occhi nitidi e felici.
Perché
umilmente fanno un percorso nuovo, pieno di insidie ed ostacoli, ma hanno
chiara la vetta e vogliono raggiungerla. Salvarsi. Tutti.
Rescue non
ha nessun significato se non è chiaro il concetto che nell’attimo della scelta
nulla è compiuto.
Ma quello è
solo l’inizio di un lunghissimo percorso.
Lo








